Lavoratore autonomo non più residente in Italia: tassazione del reddito


L’Agenzia delle entrate con la risposta 11 dicembre 2019, n. 512 ha dato chiarimeneti sul trattamento fiscale, ai fini delle imposte sul reddito, dei compensi per attività di lavoro autonomo professionale fatturati in un periodo di imposta precedente a quello di effettiva percezione, in cui il percipiente non è più fiscalmente residente in Italia

La determinazione del reddito di lavoro autonomo segue il principio di cassa. L’applicazione di tale principio implica che la tassazione dei relativi compensi deve essere effettuata nel periodo di imposta in cui gli stessi sono effettivamente percepiti (o incassati) e la deduzione delle spese in quello in cui le medesime sono state effettivamente sostenute (o pagate).
A tale proposito, secondo un orientamento costante della giurisprudenza ai fini delle imposte sul reddito, in caso di prestazioni fatturate dal professionista in un periodo di imposta precedente rispetto a quello dell’incasso, l’importo delle fatture emesse non concorre alla determinazione del reddito da lavoro autonomo nel periodo di imposta della fatturazione, bensì in quello dell’effettivo incasso.
Secondo l’ordinamento domestico, i redditi di lavoro autonomo rientrano fra quelli soggetti a ritenuta alla fonte ove corrisposti da soggetti che rivestono la qualifica di sostituti di imposta. In particolare, i soggetti che corrispondono a soggetti residenti nel territorio dello Stato compensi comunque denominati, per prestazioni di lavoro autonomo,ancorché non esercitate abitualmente, devono operare all’atto del pagamento una ritenuta del 20 per cento a titolo di acconto dell’Irpef dovuta dai percipienti, con l’obbligo di rivalsa.
Se i compensi e le altre somme sono corrisposti a soggetti non residenti, deve essere operata una ritenuta a titolo di imposta del 30 per cento. Ne sono esclusi i compensi per prestazioni di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
Ai fini di differenziare il relativo trattamento tributario – ritenuta a titolo di acconto del 20 per cento o ritenuta a titolo definitivo del 30 per cento – le riportate disposizioni attribuiscono, in primo luogo, rilevanza alla circostanza che il soggetto che riceve i compensi sia o meno residente nel territorio dello Stato.
Nel primo caso, infatti, la ritenuta del 20 per cento è effettuata a titolo di acconto e la tassazione definitiva del compenso sarà effettuata dal percettore in sede di dichiarazione dei redditi.
In caso di soggetto non residente, invece, la ritenuta a titolo di imposta del 30 percento esaurisce la pretesa tributaria. Detta ritenuta, inoltre, non si applica sui compensi per prestazioni di lavoro autonomo corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
Nel caso in esame, l’istante dichiara di aver fatturato prestazioni professionali negli ultimi mesi del 2018, anno in cui era fiscalmente residente in Italia e svolgeva in modo abituale attività di lavoro autonomo e che i relativi compensi sono incassati nel 2019, anno in cui ha residenza fiscale all’estero (Spagna) e non svolge più alcuna attività professionale nel nostro Paese. In tale fattispecie, dunque, i compensi relativi alle prestazioni di lavoro autonomo rese nel 2018, diventano rilevanti, ai fini delle imposte sui redditi, solo nel momento in cui gli stessi sono effettivamente percepiti, vale a dire nel 2019. Pertanto, è in tale ultimo periodo d’imposta che devono essere verificate le condizioni per la corretta tassazione dei compensi in oggetto.
Ne consegue che le somme in oggetto percepite nel 2019 rientrano nel regime fiscale secondo cui i compensi per prestazioni di lavoro autonomo, anche non abituale, corrisposti a soggetti non residenti devono essere assoggettati alla ritenuta a titolo di imposta nella misura del 30 per cento.
E’ solo il caso di precisare che, trattandosi di un reddito derivante dall’esercizio di un’attività indipendente svolta nel 2018 nel territorio italiano, il nostro Paese conserva la potestà impositiva sugli emolumenti in esame, sebbene percepiti dall’istante nell’anno successivo, ai sensi delle disposizioni contenute nella Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e l’altro Paese, in tal caso la Spagna.


Riqualificazione edifici esistenti: benefici ammessi alla coop edilizia subentrata alla società fallita

In tema di incentivi per la valorizzazione del patrimonio edilizio e cd. “sisma bonus”, le corrispondenti agevolazioni devono essere riconosciute alla cooperativa edilizia che, a seguito di fallimento della società di costruzione acquirente che ha iniziato la ricostruzione, subentri nella proprietà del fabbricato completandone la ricostruzione con i requisiti previsti dalle norme agevolative (Agenzia delle Entrate – Risposta ad interpello 11 dicembre 2019, n. 515)

IL CASO


Una società immobiliare di costruzione ha acquistato un edificio residenziale composto da più unità immobiliari e realizzato anteriormente al 1° settembre 1967, per il quale ha ottenuto le autorizzazioni relative ad un progetto di demolizione e ricostruzione, con ampliamento e redistribuzione della volumetria esistente.
Dopo aver avviato i lavori, con la realizzazione delle fondamenta e del piano interrato, e il frazionamento dei mappali, la società è fallita ed è stata accertata l’inefficacia della compravendita.
In tale contesto, l’edificio è acquistato dalla società cooperativa edilizia che intende beneficiare della agevolazioni previste in materia di valorizzazione del patrimonio edilizio e “sisma bonus”, procedendo al completamento della ricostruzione secondo il progetto autorizzato (ampliamento e redistribuzione della volumetria esistente), per cui gli immobili ricostruiti conseguiranno la classe energetica A o superiore, ed una riduzione del rischio sismico di almeno due classi.

NORMATIVA DI RIFERIMENTO


In tema di “valorizzazione del patrimonio edilizio” la norma di riferimento prevede l’applicazione di imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura fissa di euro 200 ciascuna, per i trasferimenti di interi fabbricati a favore di imprese di costruzione o di ristrutturazione immobiliare, ove ricorrano le seguenti condizioni:
– l’acquisto deve essere effettuato entro il 31 dicembre 2021 da imprese che svolgono attività di costruzione o ristrutturazione di edifici;
– l’acquisto deve avere come oggetto un “intero fabbricato” indipendentemente dalla natura dello stesso.
Il soggetto che acquista l’intero fabbricato, inoltre, entro 10 anni dalla data di acquisto deve provvedere:
– alla demolizione e ricostruzione di un nuovo fabbricato anche con variazione volumetrica, ove consentito dalle normative urbanistiche ovvero,
– ad eseguire interventi di manutenzione straordinaria, interventi di restauro e risanamento conservativo o interventi di ristrutturazione edilizia.
In entrambi i casi (ricostruzione o ristrutturazione edilizia) il nuovo fabbricato deve risultare conforme alla normativa antisismica e deve conseguire una delle classi energetiche NZEB (“Near Zero Energy Building”), A o B;
– all’alienazione delle unità immobiliari il cui volume complessivo superi il 75 per cento del volume dell’intero fabbricato.
Qualora non siano rispettate le condizioni sopra richiamate, in base alle quali è stata concessa l’agevolazione in sede di acquisto del fabbricato, le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono dovute nella misura ordinaria con l’applicazione della sanzione del 30%.


Per quanto concerne il cd. “sisma bonus”, la norma si riferisce agli interventi di consolidamento delle parti strutturali di edifici o complessi di edifici esistenti; stabilisce il riconoscimento di detrazioni d’imposta in relazione agli interventi realizzati nei comuni ricadenti nelle zone classificate a rischio sismico 1, 2 e 3 mediante demolizione e ricostruzione di interi fabbricati da parte imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare – anche con variazione volumetrica rispetto all’edificio preesistente, nei limiti consentiti dalle norme urbanistiche – che determinino il passaggio ad una o a due classi inferiori di rischio sismico. In particolare, la detrazione (75% o 85% del prezzo della singola unità immobiliare, risultante nell’atto pubblico di compravendita, comunque, entro un ammontare massimo di spesa pari a 96 mila euro per ciascuna unità immobiliare) è riconosciuta agli acquirenti delle singole unità immobiliari, a condizione che l’impresa provveda alla vendita entro 18 mesi dalla data di conclusione dei lavori.

IL PARERE DEL FISCO


Con riferimento al caso esaminato, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto ammissibile a beneficiare delle agevolazioni di valorizzazione del patrimonio edilizio e “sisma bonus”, la cooperativa edilizia che completa la ricostruzione a seguito del subentro alla società di costruzione acquirente fallita.
In proposito l’Agenzia ha precisato:
– per quanto riguarda i benefici per la “valorizzazione del patrimonio edilizio”, che la norma intende agevolare i trasferimenti di interi fabbricati, a favore di imprese di costruzione o di ristrutturazione immobiliare, e nella definizione di imprese costruttrici, rientrano, tra l’altro, anche le cooperative edilizie che costruiscono, anche avvalendosi di imprese appaltatrici, alloggi da assegnare ai propri soci;
– per quanto riguarda il “sisma bonus”, che le detrazioni sono usufruibili anche dagli Istituti autonomi per le case popolari, nonché dalle cooperative di abitazione a proprietà indivisa per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci. Ne consegue che nell’ipotesi di cooperativa a proprietà “indivisa”, la detrazione spetta alla società cooperativa. Non può essere invece attribuita ai “soci” nell’ipotesi di cooperativa a proprietà “divisa”.

Bonus impatriati, per il rientro da distacco nessuna agevolazione


I lavoratori che rientrano in Italia dopo essere stati in distacco all’estero, non possono accedere al regime speciale dei lavoratori impatriati, in quanto il rientro avviene in esecuzione delle clausole del preesistente contratto di lavoro e si pone in continuità con la precedente posizione di lavoratori residenti in Italia (Agenzia Entrate – risposta n. 510/2019).

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il regime speciale per i lavoratori impatriati non compete ai soggetti che rientrano in Italia dopo essere stati in distacco all’estero ed avere acquisito la residenza estera per il periodo di permanenza richiesto dalla norma.
Ciò in quanto il loro rientro, avvenendo in esecuzione delle clausole del preesistente contratto di lavoro, si pone in sostanziale continuità con la precedente posizione di lavoratori residenti in Italia, e, pertanto, non soddisfa la finalità attrattiva della norma. Detto questo, non è preclusa la possibilità che il rientro in Italia non sia conseguenza della naturale scadenza del distacco, ma sia determinato da altri elementi funzionali alla ratio della norma agevolativa.
Ciò si può verificare, nelle ipotesi in cui:
– il distacco sia più volte prorogato e, la sua durata nel tempo, determini quindi un affievolimento dei legami con il territorio italiano e un effettivo radicamento del dipendente nel territorio estero;
– il rientro in Italia del dipendente non si ponga in continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia; il dipendente, pertanto, al rientro assume un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero.


Fuori dai suddetti casi, il lavoratore non può essere ammesso alla fruizione del regime speciale per lavoratori impatriati, in quanto, rientrando alle dipendenze dell’impresa distaccataria, in esecuzione delle clausole del contratto di lavoro preesistente allo svolgimento dell’attività lavorativa all’estero, il suo impatrio in Italia non si pone in discontinuità rispetto alla precedente posizione lavorativa.

Nuove modalità di compilazione dell’F24 Elide e EP


Disponibili le nuove modalità compilazione, decorrenti dal 1° gennaio 2020, dei modelli “F24 Versamenti con elementi identificativi” ed “F24 Enti pubblici”, per il versamento delle somme da corrispondere agli Uffici Provinciali – Territorio dell’Agenzia delle Entrate, in relazione ai servizi ipotecari (Agenzia delle Entrate – risoluzione n. 100/2019).

Dal 1° gennaio 2020, per il versamento delle somme da corrispondere agli Uffici Provinciali – Territorio dell’Agenzia delle Entrate, i modelli “F24 Versamenti con elementi identificativi” (c.d. F24 ELIDE) ed “F24 Enti pubblici” (c.d. F24 EP) devono essere compilati come segue:


– per la presentazione delle formalità ipotecarie allo sportello, relativamente ai codici tributo “T92T” e “T93T”, sono indicati:
a) nel campo “elementi identificativi/estremi identificativi”, l’identificativo numerico del titolo relativo alla formalità per la quale viene effettuato il pagamento (ad esempio, n.ro repertorio, n.ro registro cronologico, n.ro protocollo, etc…);
b) nel campo “anno di riferimento/riferimento B”, l’anno di formazione del titolo relativo alla formalità per la quale viene effettuato il pagamento (ad esempio, anno di stipula, anno della deliberazione, anno dell’emanazione, etc…), nel formato “AAAA”.


– per le richieste di certificazioni ipotecarie e di copie di atti, relativamente al codice tributo “T93T”, sono indicati:
a) nel campo “elementi identificativi/estremi identificativi”, il numero di protocollo della richiesta;
b) nel campo “anno di riferimento/riferimento B”, l’anno della richiesta, nel formato “AAAA”.

IVA ridotta sui dispositivi medici e sulle parrucche


Aliquota Iva del 10 % sui dispositivi medici a base di sostanze per la prevenzione delle malattie e per i trattamenti medici e veterinari e, del 4% sulla cessione delle parrucche a soggetti affetti da disagio psicologico (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 10 dicembre 2019, n. 507 e n. 508).

Rientrano nell’ambito del numero 114) della Tabella A, parte III, allegata al d.P.R. n. 633 del1972, tra i beni soggetti all’aliquota IVA del 10 per cento, i dispositivi medici a base di sostanze, normalmente utilizzate per cure mediche, per la prevenzione delle malattie e per trattamenti medici e veterinari, classificabili nella voce 3004 della nomenclatura combinata.
La voce 3004 riguarda i “Medicamenti (esclusi i prodotti della voce 3002, 3005, e 3006) costituiti da prodotti anche miscelati, preparati per scopi terapeutici o profilattici, presentati sotto forma di dosi (compresi i prodotti destinati alla somministrazione per assorbimento per cutaneo) o condizionati per la vendita al minuto.
La classificazione merceologica di un prodotto rientra nella competenza esclusiva dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli (ADM).
Ai prodotti classificabili nell’ambito del Capitolo 30 della Tariffa doganale, tra i “Prodotti farmaceutici” e, in particolare, alla voce 3004 si ritiene applicabile l’aliquota IVA del 10 per cento ai sensi del citato n. 114) della Tabella A, parte III citata.


Diversamente, ai prodotti classificati dall’ADM nell’ambito del Capitolo 33 della Tariffa Doganale “Oli essenziali e resinoidi; prodotti per profumeria o per toletta preparati e preparazioni cosmetiche”, poiché il riferimento al capitolo 33 non risulta richiamato da alcuno dei numeri della Tabella A, parti II, II-bis e III, allegata al d.P.R. n. 633 del 1972, si renderà applicabile l’aliquota ordinaria.
Ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA del 4 per cento alla cessione delle parrucche a soggetti affetti da disagio psicologico conseguente a patologie che hanno comportato danni estetici è necessaria la specifica prescrizione rilasciata dal medico dell’ASL di appartenenza.
Si precisa che la specifica prescrizione medica autorizzativa possa essere rilasciata da un medico specialista operante nell’ambito del servizio sanitario pubblico regionale in base alla disciplina vigente nella Regione di appartenenza. Ciò a prescindere dalle differenti denominazioni delle strutture sanitarie pubbliche competenti adottate nei vari territori regionali (ATS, ASST), sempre che tali strutture sostituiscano in sostanza le ASL nell’esercizio delle funzioni rilevanti a tal fine e i medici specialisti prescrittori operino nell’anzidetto ambito.


Approvate le misure per il 2020 del diritto annuale cciaa



Con la Nota n. 0347962 dell’11 dicembre 2019 il Ministero dello Sviluppo Economico ha approvato le misure del diritto annuale dovuto per l’anno 2020 alle Camere di Commercio dalle imprese e dagli altri soggetti obbligati. Confermata anche per il 2020 la riduzione del 50 per cento rispetto alle misure determinate per l’anno 2014.


In base alle norme di determinazione delle misure del diritto annuale dovuto alle Camere di Commercio, per l’anno 2020 le imprese iscritte e gli altri soggetti obbligati sono tenuti al pagamento applicando le misure stabilite per l’anno 2014 ridotte dal 50 per cento.
In particolare, i soggetti tenuti al pagamento del diritto annuale in misura fissa versano i seguenti importi:











IMPRESE CHE PAGANO IN MISURA FISSA

SEDE

UNITÀ LOCALE

Imprese individuali iscritte o annotate nella sezione speciale (piccoli imprenditori, artigiani, coltivatori diretti e imprenditori agricoli) € 44,00 € 8,80
Imprese individuali iscritte nella sezione ordinaria € 100,00 € 20,00



















IMPRESE CHE PAGANO IN MISURA FISSA IN VIA TRANSITORIA

SEDE

UNITÀ LOCALE

Società semplici non agricole €100,00 € 20,00
Società semplici agricole € 50,00 € 10,00
Società tra avvocati previste dal D.Lgs. n. 96 del 2001 € 100,00 € 20,00
Soggetti iscritti al R.E.A. € 15,00






IMPRESE CON SEDE PRINCIPALE ALL’ESTERO

SEDE / UNITÀ LOCALE

Per ciascuna unità locale / sede scondaria € 55,00


Il Ministero dello Sviluppo Economico ha precisato che gli importi riportati nelle tabelle per il diritto annuale in misura fissa sono indicati nel loro importo esatto; ai fini dal versamento dell’importo complessivo dovuto a ciascuna camera di commercio, tuttavia, occorre (se necessario) provvedere all’arrotondamento all’unità di euro sull’intero importo dovuto dall’impresa:
– per eccesso, se la frazione decimale è uguale o superiore a 50 centesimi;
– per difetto, se la frazione decimale è inferiore a 50 centesimi.


Nel caso di imprese tenute al versamento del diritto annuale commisurato al fatturato è necessario applicare al fatturato 2019 le aliquote stabilite (vedi tabella sottostante), mantenendo nella sequenza di calcolo cinque cifre decimali.
Gli importi risultanti dai vari scaglioni devono essere sommati e l’importo complessivo deve essere ridotto al 50 per cento, e quindi arrotondato all’unità di euro:
– per eccesso, se la frazione decimale è uguale o superiore a 50 centesimi;
– per difetto, se la frazione decimale è inferiore a 50 centesimi.


SCAGLIONI DI FATTURATO E ALIQUOTE 2014



































DA EURO

A EURO

ALIQUOTE

Zero 100.000 €200,00 (misura fissa)
Oltre 100.000 250.000 0,015%
Oltre 250.000 500.000 0,013%
Oltre 500.000 1.000.000 0,010%
Oltre 1.000.000 10.000.000 0,009%
Oltre 10.000.000 35.000.000 0,005%
Oltre 35.000.000 50.000.000 0,003%
Oltre 50.000.000   0,001% (fino ad un massimo di € 40.000)


Il Ministero dello Sviluppo Economico ha precisato che la misura fissa prevista per la prima fascia di fatturato, da utilizzare comunque nel calcolo nell’importo integrale di € 200,00 è soggetta, a conclusione del calcolo, alla riduzione complessiva del 50 per cento. Ne consegue che in caso di fatturato fino a 100.000 euro, l’importo del diritto annuale da versare è pari a €100,00.
Anche l’importo massimo da versare è soggetto alla riduzione del 50 per cento, per cui per il 2020 l’importo massimo è di € 20.000.

Redditometro: la rilevanza del principio della “famiglia fiscale”


In caso di accertamento sintetico del reddito (c.d. “Redditometro”), il contribuente ha l’onere di provare che il maggior reddito accertato è riferibile al nucleo familiare (principio della “famiglia fiscale”) (Corte di cassazione – sentenza n. 31782/2019).

A stabilirlo sono stati i giudici della Corte di Cassazione che si sono espressi sul principio della “famiglia fiscale” ai fini del redditometro, principio che consente di individuare correttamente il perimetro di ricchezza di una persona, e sull’onere probatorio da parte del contribuente.


Va detto che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi delle persone fisiche, gli uffici finanziari possono determinare sinteticamente il reddito complessivo netto del contribuente, sulla base degli indici di spesa riguardanti il cd. redditometro, e tale metodo di accertamento dispensa l’Amministrazione finanziaria da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicché è legittimo l’accertamento fondato su di essi e resta a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.


Detto questo, i giudici hanno affermato che, a fronte della determinazione redditometrica del reddito delle persone fisiche, la prova contraria consistente nel possesso di redditi ad opera del contribuente si può configurare anche a carico dei familiari, compreso il coniuge in separazione dei beni.

Revoca dei benefici “prima casa” per tardivo trasferimento della residenza


I benefici della prima casa di abitazione per mancato trasferimento della residenza anagrafica nei diciotto mesi dalla data di acquisto dell’immobile vengono revocati (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 27 novembre 2019, n. 30935).


 


Nella fattispecie esaminata dalla Suprema Corte, la contribuente ha separatamente impugnato un avviso di liquidazione per revoca dell’imposta sostitutiva agevolata sui finanziamenti, nonché un avviso di liquidazione per maggiore IVA e irrogazione sanzioni relativo all’anno di imposta 2010, in relazione all’atto di acquisto 30 marzo 2010 di un immobile destinato a prima casa, quale effetto del disconoscimento dei benefici della prima casa di abitazione per mancato trasferimento della residenza anagrafica dal Comune di Trento al Comune di Roseto degli Abruzzi nei diciotto mesi dalla data di acquisto dell’immobile.
La contribuente successivamente ricorre in cassazione con due motivi:
– con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione di legge nella parte in cui la sentenza impugnata non ha preso in esame la prima richiesta di trasferimento, effettuata nei diciotto mesi dall’atto di acquisto, ma solo la seconda; deduce parte ricorrente come il Comune di Roseto degli Abruzzi abbia accertato nei diciotto mesi dalla data di acquisto l’effettiva presenza della contribuente presso la nuova residenza, deducendo come il mancato trasferimento della residenza anagrafica sia ascrivibile a fatti non imputabili alla contribuente; rileva come la seconda domanda di trasferimento non costituisca revoca della precedente domanda ma una mera sollecitazione al Comune, tanto che il cambio di residenza è andato a buon fine;
– con il secondo motivo si deduce nullità delle sentenze, per non avere le sentenze impugnate rilevato incidentalmente l’illegittimità del provvedimento emesso dal Comune di Trento che negava l’autorizzazione al trasferimento presso la nuova abitazione, anziché dedurre che la contribuente non avesse provveduto ad impugnarlo, dando conseguentemente rilievo alla iniziale richiesta di trasferimento della residenza avvenuta nel termine di 18 mesi dall’acquisto;
Per la Suprema Corte entrambi i motivi di ricoso sono inammissibili.


Escluse dall’obbligo di invio telematico dei corrispettivi per le attività spettacolistiche

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che alle attività dello spettacolo non si applica l’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate, in quanto i dati dei corrispettivi vengono già comunicati all’anagrafe tributaria tramite la SIAE (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 506 del 2019)

A decorrere dal 1° gennaio 2020 i soggetti che effettuano attività di commercio al dettaglio e svolgono prestazioni di servizi in locali aperti al pubblico hanno l’obbligo di memorizzare elettronicamente e trasmettere telematicamente all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai corrispettivi giornalieri (obbligo anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti che con volume d’affari superiore a 400.000 euro).
Il Ministero delle Finanze ha individuato specifici esoneri in ragione della tipologia di attività esercitata, tra le quali non sono ricomprese le attività di spettacolo dal vivo e quelle ad esse connesse.
Per tali attività l’obbligo di certificazione dei corrispettivi è assolto “con il rilascio di un titolo di accesso emesso mediante apparecchi misuratori fiscali ovvero mediante biglietterie automatizzate.
Per ciascun evento è prevista l’emissione di un prospetto riepilogativo giornaliero, da cui risultano i seguenti dati:
– i dati richiesti per lo scontrino di chiusura giornaliera;
– l’incasso giornaliero, con separata indicazione dell’imponibile, delle aliquote applicabili e delle relative imposte, dell’ammontare incassato a titolo di prevendita e di corrispettivi per eventuali prestazioni accessorie;
– i corrispettivi relativi agli abbonamenti emessi;
– il numero degli ingressi effettuati.
I dati relativi ai riepiloghi giornalieri e mensili riguardanti i titoli di accesso alle manifestazioni spettacolistiche vengono periodicamente inviati alla SIAE, che a sua volta li trasmette all’Agenzia delle Entrate per finalità di accertamento dell’imposta e di repressione delle violazioni.
Di conseguenza, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che i corrispettivi relativi alle attività spettacolistiche sono esclusi dall’obbligo di trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi, in quanto tutti i dati relativi ai titoli di accesso emessi sono già oggetto di separata trasmissione alla SIAE, che provvede a metterli a disposizione dell’anagrafe tributaria.
Resta, invece, l’obbligo dell’invio telematico dei dati dei corrispettivi relativi alle attività accessorie diverse dai biglietti d’ingresso, tradizionalmente documentati con scontrino o ricevuta fiscale.

Periti assicurativi: definito il contributo 2019


Definita la misura e le modalità di versamento alla Concessionaria servizi assicurativi pubblici S.p.a. (CONSAP) del contributo dovuto per l’anno 2019 dai periti assicurativi (Ministero Economia e Finanze – decreto 28 novembre 2019).

Il contributo di gestione dovuto alla società CONSAP dai periti assicurativi iscritti nel relativo ruolo deve essere versato ogni anno, e per l’anno 2019 è determinato nella misura di € 85,00.


Rispetto agli scorsi anni, il contributo ha registrato un aumento di € 15,00; di fatto per l’anno 2016, 2017 e 2018 l’importo da versare era pari ad € 70,00.


Definita la misura del contributo di gestione, riguardo all’ambito soggettivo, sono tenuti al pagamento i soggetti che risultano iscritti nel ruolo alla data del 30 maggio 2019.


Le modalità e i termini di versamento saranno definiti con apposito provvedimento della CONSAP.