L’emendabilità delle dichiarazioni fiscali errate


La dichiarazione dei redditi non ha natura di atto negoziale e dispositivo, ma reca una mera esternazione di scienza e di giudizio, modificabile in ragione dell’acquisizione di nuovi elementi di conoscenza e di valutazione sui dati riferiti, e costituisce un momento dell’iter procedimentale volto all’accertamento dell’obbligazione tributaria (Corte di Cassazione – Sez. VI civ. – Ordinanza 14 febbraio 2020, n. 3758).

Nel caso di specie, la Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate nei confronti di una sentenza della CTR della Sicilia, di accoglimento dell’appello proposto dalla contribuente avverso una decisione della CTP di Agrigento, che aveva rigettato il ricorso di quest’ultima avverso un avviso di accertamento per maggior IRPEF.
Nello specifico, l’atto impositivo emesso dall’ufficio aveva ad oggetto il recupero a tassazione delle imposte, sanzioni ed interessi, connesse alla omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, alla quale la contribuente era obbligata, per avere la stessa percepito redditi di lavoro dipendente e assimilati da due diversi sostituti, omettendo, a fronte di ciò, di inserire detti introiti nella dichiarazione dei redditi; tale obbligo era da ritenere sussistente anche in ipotesi di restituzione delle somme percepite, in quanto i redditi di lavoro dipendente ed assimilati concorrevano alla formazione del reddito imponibile secondo il criterio di cassa e cioè in quanto percepiti; nella specie, dagli atti di causa, era incontestato che le somme erano state indebitamente percepite dalla contribuente; le stesse non risultavano essere state dalla medesima restituite e le medesime non erano state inserite nella dichiarazione dei redditi presentata per l’anno d’imposta in esame.
La Corte di Cassazione ribadisce che ogni soggetto passivo è tenuto a dichiarare annualmente tutti indistintamente i redditi posseduti, anche se da essi non consegue alcun debito d’imposta.
Pertanto, nella dichiarazione dei redditi conseguiti la contribuente avrebbe dovuto indicare gli emolumenti a lei erroneamente versati da altra amministrazione dello Stato, in aggiunta a quelli legittimamente percepiti per altro rapporto d’impiego pubblico, emolumenti che le erano stati chiesti in restituzione e che, qualora effettivamente da lei restituiti, avrebbero dovuto comunque essere indicati al rigo 28 del quadro RP quali oneri deducibili.


POSTE ITALIANE: copertura della vacanza contrattuale



Siglato il 18/2/2020 tra le POSTE ITALIANE SpA, anche in rappresentanza di POSTE VITA SpA, POSTE ASSICURA SpA, EGI SpA, BANCOPOSTA FONDI SpA SGR, POSTEL SpA, POSTEPAY SpA e la SLC-CGIL, la SLP-CISL, la UILposte, la FAILP-CISAL, la CONFSAL Comunicazioni e FNC UGL Comunicazioni, l’accordo finalizzato al riconoscimento dell’indennità “una tantum” riferita al periodo di vacanza contrattuale, anno 2019.


Con riferimento all’anno 2019, ferma restando la validità delle previsioni normative ed economiche contenute nel CCNL del 30/11/2017, le Aziende di cui in premessa corrisponderanno un importo lordo medio pari a 700 Euro, secondo quanto riportato nella tabella allegata, a titolo di spettanza contrattuale omnicomprensiva, ai sensi di quanto previsto dall’art. 3 del CCNL sulle procedure per il rinnovo dei Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, ossia, in caso di ritardato rinnovo del CCNL rispetto alla scadenza, le Parti definiranno una copertura economica a favore dei lavoratori in forza alla data del rinnovo contrattuale.
La suddetta somma verrà erogata nel mese di aprile 2020 nei confronti dei personale con contratto a tempo indeterminato e di apprendistato, che abbia superato il periodo di prova, che sia in forza alla data di sottoscrizione della presente intesa.
L’importo sarà riproporzionato in relazione ai mesi di servizio prestati nel periodo di riferimento e, per quanto attiene al personale con rapporto di lavoro a tempo parziale, lo stesso sarà commisurato alla durata effettiva della prestazione lavorativa.
Tale erogazione non concorre alla determinazione del trattamento di fine rapporto.
Seguono gli importi unitari della suddetta copertura economica riferita al periodo di vacanza contrattuale.
























Livelli professionali

Euro

A1 928,00
A2 843,00
B 745,00
C 700,00
D 676,00
E 620,00
F 571,00

Fondo Est – CCNL Turismo Fiavet – Circolare sul nuovo codice contratto

Il Fondo Est pubblica una circolare informativa sulla variazione del codice contratto del CCNL Turismo Fiavet

Il Fondo EST, con propria circolare informa Consulenti del lavoro e Centri servizi, del nuovo codice per il CCNL Imprese di Viaggio e Turismo Fiavet, comunicato dall’INPS con messaggio n. 4798 del 20 dicembre scorso e che deve essere evidenziato nell’elemento <CodiceContratto> di <DenunciaIndividuale> del flusso di denuncia Uniemens.
Si tratta del codice contratto 287, con decorrenza dal periodo paga gennaio 2020.
Pertanto, il Fondo Est informa di star provvedendo ad adeguare la propria piattaforma informatica per il recepimento del nuovo codice contratto e che, nel frattempo, il codice 167 continuerà ad essere ancora valido per qualche mese in modo da dare il tempo ai Consulenti del Lavoro e ai Centri servizi di aggiornare i programmi paghe. Per quanto riguarda la Codifica Fondo Est, andrà valorizzato con la codifica 2 nel campo “IdContratto” del file Xml aziende e dipendenti.

Differimento degli effetti estintivi della cancellazione di società

Contrariamente all’orientamento espresso nelle circolari dell’Amministrazione finanziaria, la Corte di Cassazione afferma che la disposizione volta a differire per un quinquennio, ai fini fiscali e contributivi, l’efficacia estintiva della cancellazione della società dal registro delle imprese, deve ritenersi inapplicabile nei casi di estinzione per cancellazione precedenti l’entrata in vigore della norma (Ordinanza 14 febbraio 2020, n. 3750)

Nel 2014 è stata introdotta la disposizione secondo la quale l’effetto estintivo della società (di persone o di capitali), qualora derivi da una cancellazione dal registro delle imprese disposta su richiesta, viene differito per cinque anni, decorrenti dalla richiesta di cancellazione, limitatamente al settore tributario e contributivo. In altri termini, l’estinzione intervenuta durante detto periodo non fa venir meno la “validità” e l’ “efficacia” sia degli atti di liquidazione, di accertamento, di riscossione relativi a tributi e contributi, sanzioni e interessi, sia degli atti processuali afferenti a giudizi concernenti detti tributi e contributi, sanzioni e interessi. Va evidenziato, peraltro, che il differimento degli effetti dell’estinzione non opera necessariamente per un quinquennio, ma per l’eventuale minor periodo che risulta al netto dello scarto temporale tra la richiesta di cancellazione e l’estinzione.
La norma, sostanzialmente, intende limitare (per il periodo da essa previsto) gli effetti dell’estinzione societaria previsti dal codice civile, mantenendo parzialmente per la società una capacità e soggettività (anche processuali) altrimenti inesistenti, al “solo” fine di garantire (per il medesimo periodo) l’efficacia dell’attività (sostanziale e processuale) degli enti legittimati a richiedere tributi o contributi, con sanzioni ed interessi.
Intervenuta nell’ambito di un contenzioso tributario inerente un avviso di accertamento nei confronti di una società estinta per cancellazione dal Registro delle Imprese in data 27.2.2014, la Corte di Cassazione ha osservato che la norma di limitazione degli effetti estintivi della cancellazione societaria, contrariamente a quanto sostenuto dal Fisco nelle sue circolari, opera su un piano sostanziale e non “procedurale”, in quanto non si risolve in una diversa regolamentazione dei termini processuali o dei tempi e delle procedure di accertamento o di riscossione. D’altronde, precisa la Corte Suprema, dal tenore letterale della disposizione, non risulta possibile individuare alcun indice di retroattività per la sua efficacia, né tantomeno effetti di sanatoria in relazione ad atti notificati a società già estinte per le quali la richiesta di cancellazione e l’estinzione siano intervenute anteriormente all’entrata in vigore della norma (13 dicembre 2014).
In conclusione, afferma la Corte di Cassazione, data la natura sostanziale della norma sulla capacità della società cancellata dal registro delle imprese, la stessa non spiega efficacia retroattiva e, pertanto, il differimento quinquennale degli effetti dell’estinzione della società, opponibile dall’amministrazione finanziaria e dagli altri enti creditori o di riscossione con riguardo a tributi o contributi, si applica esclusivamente ai casi in cui la richiesta di cancellazione della società dal registro delle imprese (che costituisce il presupposto del differimento) sia stata presentata dal 13 dicembre 2014 in poi.
Nell’ipotesi di società estinta, inoltre, qualora l’amministrazione finanziaria intenda procedere nei confronti dei soci, non è sufficiente la mera notifica ad essi dell’avviso di accertamento emesso nei confronti della società medio tempore estintasi. È necessario un autonomo e diverso atto impositivo che dia atto della sussistenza dei presupposti legittimanti la responsabilità del socio, rispetto al quale l’avviso di accertamento nei confronti della società costituisce il presupposto.


Erogati flex benefits da febbraio ai dipendenti del CCNL Comunicazione – Confapi

Spetta da febbraio, a tutti i dipendenti che applicano il CCNL delle piccole e medie imprese della Comunicazione, dell’Informatica, un importo flex benefits

Tale importo, pari precisamente a 258,00, è da utilizzare entro il 31 dicembre dell’anno stesso.


Hanno diritto a quanto sopra i lavoratori, superato il periodo di prova, in forza al primo gennaio di ciascun anno o successivamente assunti entro il 31 dicembre di ciascun anno:
– con contratto a tempo indeterminato;
– con contratto a tempo determinato che abbiano maturato almeno sei mesi, anche non consecutivi, di anzianità di servizio nel corso di ciascun anno (1° gennaio / 31 dicembre).
Sono esclusi i lavoratori in aspettativa non retribuita nè indennizzata nel periodo dal 1° gennaio / 31 dicembre.


I suddetti valori non sono riproporzionabili per i lavoratori part time e sono comprensivi esclusivamente di eventuali costi fiscali o contributivi a cari dell’azienda.
A livello aziendale si terrà conto delle esigenze dei lavoratori della propria organizzazione e del rapporto con il territorio per individuare una gamma di beni e servizi coerente con le caratteristiche dei dipendenti e finalizzata a migliorare la qualità della loro vita personale e famigliare privilegiando quelli con finalità di educazione, istruzione, ricreazione e assistenza sociale e sanitaria o culto.

Studio associato legittimato ad agire per la prestazione resa dal singolo professionista


Lo studio associato può agire in giudizio per il pagamento della prestazione dei singoli professionisti (Corte di Cassazione – Sez. II civ. – Ordinanza 17 febbraio 2020, n. 3850).

Alla luce dei più recenti sviluppi, deve ormai ritenersi definitivamente superato l’orientamento secondo il quale l’associazione tra professionisti – nella specie, tra avvocati – non configurandosi come centro autonomo di interessi dotato di propria autonomia strutturale e funzionale, né come ente collettivo, non assume la titolarità del rapporto con i clienti, in sostituzione ovvero in aggiunta al professionista associato.
Il collegio pertanto intende dare continuità al seguente principio di diritto: “L’art. 36 cod. civ. stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici – rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi.”.
Da ultimo si è ulteriormente precisato che il rispetto del principio di personalità della prestazione, che connota i rapporti di cui agli artt. 2229 e ss. c.c., ben può contemperarsi con l’autonomia riconosciuta allo studio professionale associato, al quale può essere attribuita la titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività professionale (nella specie, attività di difesa e assistenza in un contenzioso tributario) degli associati allo studio, non rientrando il diritto al compenso per l’attività svolta tra quelli per i quali sussiste un divieto assoluto di cessione.

Omissione di versamenti ai fondi di previdenza complementare


Laddove il datore di lavoro non abbia effettuato il versamento dei contributi nella misura prevista al fondo di previdenza complementare prescelto e abbia comunque ridotto il proprio onere contributivo omettendo i versamenti dovuti al Fondo di garanzia previsto dall’art. 2, L. n. 297/1982 si configura una violazione di legge che legittima il recupero degli sgravi contributivi eventualmente fruiti in applicazione dell’art. 1, co. 1175, L. n. 296/2006 (Nota INL n. 1436/2020).


La previdenza complementare è il sistema di previdenza privata che consente di integrare la pensione obbligatoria con versamenti volontari. Essa è costituita da una molteplicità di forme pensionistiche (fondi pensione) che raccolgono il risparmio degli iscritti e lo valorizzano attraverso dei rendimenti ottenuti sui mercati finanziari.
Come noto, l’istituzione delle forme pensionistiche complementari avviene con le modalità indicate dall’art. 3 del D.Lgs. n. 252/2005, attraverso contratti e accordi collettivi o regolamenti aziendali.
Secondo la giurisprudenza, la differenza tra previdenza obbligatoria e integrativa può essere individuata “nel carattere generale, necessario e non eludibile delle tutele del primo tipo, a fronte della natura eventuale delle garanzie del secondo” (Cass. Civ., sent. n. 4684/2015).
La natura privatistica della previdenza integrativa emerge dal meccanismo di adesione del lavoratore, che è libero e volontario e dalle modalità di alimentazione del fondo, al quale contribuiscono i destinatari della prestazione ed il datore di lavoro. L’adesione del lavoratore alla forma pensionistica complementare determina l’insorgenza, per il datore di lavoro, dell’obbligo contributivo a favore del medesimo fondo, secondo le previsioni della fonte collettiva applicabile.
Il mancato versamento di parte dei contributi previsti dalle fonti istitutive del fondo prescelto integra, secondo il più recente orientamento giurisprudenziale, un inadempimento contrattuale del datore di lavoro (Trib. Roma, sez. lavoro, sent. n. 10489/2016). Ne consegue che il lavoratore potrà agire innanzi al giudice civile per la tutela della propria posizione contrattuale.


Sotto il profilo ispettivo, rilevante è la decisione delle Sezioni Unite del 9 marzo 2015, n. 4684 che ha definitivamente escluso la natura retributiva del contributo integrativo posto a carico del datore di lavoro dai contratti e accordi collettivi riconoscendone, invece, la natura esclusivamente previdenziale. In particolare, dalla lettura della sentenza emerge che “l’obbligo del datore di lavoro di effettuare tali versamenti, nasce, a ben vedere, da un ulteriore rapporto contrattuale, distinto dal rapporto di lavoro subordinato, finalizzato a garantire, in presenza delle condizioni prescritte, il conseguimento di una pensione integrativa rispetto a quella obbligatoria, […] che costituisce certamente un ulteriore beneficio per il lavoratore; esso tuttavia non modifica i diritti e gli obblighi nascenti da rapporti di lavoro e non incide sulle modalità di erogazione delle indennità di fine rapporto. […] la contribuzione datoriale non entra direttamente nel patrimonio del lavoratore interessato, il quale può solo pretendere che tale contribuzione venga versata al soggetto indicato nello statuto; ed infatti il lavoratore non riceve tale contribuzione alla cessazione del rapporto, essendo solo il destinatario di un’aspettativa al trattamento pensionistico integrativo, aspettativa che si concreterà esclusivamente ove maturino determinati requisiti e condizioni previsti dallo statuto del fondo. Se è vero che il rapporto di previdenza integrativa ha come necessario presupposto l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, è anche vero che l’obbligo del versamento del contributo a carico del datore di lavoro non si pone nei confronti del lavoratore bensì nei confronti del fondo che è poi onerato della erogazione della relativa prestazione”.
Sulla base di tali osservazioni, l’Ispettorato non ritiene applicabile la diffida accertativa di cui all’art. 12 del D.Lgs. n. 124/2004 in relazione ai versamenti che il datore di lavoro non abbia effettuato, anche perché il citato art. 12 fa riferimento ai “crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro” mentre, nel caso in esame, il creditore dell’obbligazione contributiva non è il lavoratore ma il fondo di previdenza complementare, poi tenuto all’erogazione in suo favore della prestazione previdenziale.
Si configura invece un’ipotesi di violazione dell’art. 1, comma 1175, della L. n. 296/2006, secondo il quale “a decorrere dal 1° luglio 2007, i benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati al possesso, da parte dei datori di lavoro, del documento unico di regolarità contributiva, fermi restando gli altri obblighi di legge (…)”.  Ciò in quanto, il D.Lgs. n. 252/2005, che detta la disciplina delle forme pensionistiche complementari, come modificato dalla L. n. 296/2006 prevede, in favore delle aziende che dal 1° gennaio 2007 devono trasferire il TFR nelle forme pensionistiche complementari, misure compensative per contenere gli effetti finanziari derivanti dallo smobilizzo del TFR. L’art. 10, comma 2, del citato decreto legislativo prevede infatti una riduzione degli oneri contributivi a carico dell’azienda laddove dispone che il datore di lavoro è esonerato dal versamento del contributo al Fondo di garanzia previsto dall’articolo 2, della legge 29 maggio 1982, n. 297, nella stessa percentuale di TFR maturando conferito alle forme pensionistiche complementari e al Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto di cui all’articolo 2120 del codice civile.
Pertanto, laddove il datore di lavoro non abbia effettuato il versamento dei contributi nella misura di cui sopra al fondo di previdenza complementare e abbia comunque ridotto il proprio onere contributivo omettendo i versamenti dovuti al Fondo di garanzia si configura una violazione di legge che legittima il recupero degli sgravi contributivi eventualmente fruiti in applicazione del suddetto art. 1, comma 1175, L. n. 296/2006.

Prorogato ancora il termine per “adesione familiari a carico” al Fondo EBM Salute

EBM Salute comunica che è stato ulteriormente prorogato al 29/2/2020 il termine delle adesioni per estendere la polizza ai propri familiari non fiscalmente a carico

Come è noto, l’EBM Salute, il Fondo di assistenza sanitaria integrativa del settore della Metalmeccanica PMI, ha previsto, anche per il 2020, la possibilità di estendere la copertura sanitaria integrativa, con il medesimo piano sanitario, anche al proprio nucleo famigliare NON fiscalmente a carico, e aveva disposto che le adesione sarebbero terminate prima il 3 febbraio, poi il 16 febbraio 2020.
Attualmente, con nuova comunicazione, EBM Salute informa che il suddetto termine è stato prorogato al 29 febbraio 2020.
Si ricorda che:


Nel proprio nucleo famigliare NON fiscalmente a carico, sono inclusi:
– il coniuge, compreso il convivente di fatto (di cui alla legge 76/2016);
– i figli risultanti dallo stato di famiglia.
I premi annui per i familiari, per la copertura dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020, sono:
– € 150 per il coniuge o convivente;
– € 150 per ogni figlio.
Per estendere la polizza ai propri familiari è necessario collegarsi al portale di adesione, cliccare sul box Adesioni e, dopo aver inserito i dati del titolare, scorrere verso il basso e compilare la sezione “Inserimento dati anagrafici dei famigliari – Non fiscalmente a carico”. Procedere quindi seguendo le istruzioni per il pagamento tramite bonifico.
 

TRASPORTI: incentivi per l’acquisto dei dispositivi antiabbandono


Con il decreto del 28 gennaio 2020, pubblicato sulla GU n.39 del 17-2-2020, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti ha definito le modalità di attribuzione del contributo per l’acquisto o per il rimborso di parte del costo sostenuto per l’acquisto dei dispositivi antiabbandono, conformi alle caratteristiche tecniche richieste.

Il contributo o il rimborso è richiesto da uno dei genitori o altro soggetto esercente la responsabilità genitoriale su un minore che non abbia compiuto il quarto anno di età al momento dell’acquisto del dispositivo antiabbandono.
Nel caso di acquisti di più dispositivi per lo stesso minore, il contributo è riconosciuto limitatamente ad un solo dispositivo. All’atto di presentazione dell’istanza il richiedente redige apposita dichiarazione in cui attesta di essere il genitore o di esercitare la responsabilità genitoriale sul minore.
Il contributo è erogato mediante il rilascio di un buono di spesa elettronico del valore nominale di 30 euro per l’acquisto del dispositivo antiabbandono associato al codice fiscale di un minore.
Il buono è utilizzabile per acquisti presso le strutture, gli esercenti e gli enti inseriti in un apposito elenco, consultabile attraverso l’applicazione web dedicata, e comporta la riduzione di trenta euro sul prezzo di acquisto del dispositivo antiabbandono.
I buoni sono emessi secondo l’ordine temporale di arrivo delle richieste fino ad esaurimento delle risorse disponibili.
I buoni generati e non utilizzati entro trenta giorni dall’emissione sono annullati. Nel caso in cui il costo del dispositivo sia inferiore a 30 euro, il contributo è pari al costo sostenuto.
Per beneficiare del contributo, il richiedente, prima di procedere all’acquisto del dispositivo, presenta istanza, mediante procedura di registrazione sulla piattaforma informatica, accessibile, a partire dal 20 febbraio 2020, direttamente o dal sito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
L’applicazione prevede l’emissione, nell’area riservata a ciascun beneficiario registrato, di un buono elettronico di spesa dotato di codice identificativo per l’acquisto di un dispositivo da effettuarsi presso le strutture, gli esercenti e gli enti di cui sopra.
Ai fini dell’inserimento nell’elenco, i titolari o i legali rappresentanti degli esercizi interessati si registrano sull’applicazione web a decorrere dal 1° febbraio 2020.
L’avvenuta registrazione determina l’obbligo, da parte dei soggetti accreditati, di accettazione del buono elettronico di spesa secondo le modalità stabilite dal decreto in oggetto.
La registrazione, basata su un sistema di cooperazione informatica, tramite l’utilizzo delle credenziali fornite dall’Agenzia delle entrate, prevede l’indicazione della partita I.V.A., del codice ATECO, della denominazione e dei luoghi dove viene svolta l’attività, della tipologia dei sistemi antiabbandono conformi alle specifiche tecniche stabilite dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, nonché la dichiarazione che i buoni elettronici sono accettati esclusivamente per gli acquisti consentiti.
In caso di usi difformi del buono elettronico di spesa da quelli previsti dal presente decreto, il gestore della piattaforma procede, in via autonoma, alla cancellazione dall’elenco della struttura, esercente o ente, fatte salve le ulteriori sanzioni previste dalla normativa vigente in materia.
A seguito dell’accettazione del buono elettronico di spesa è riconosciuto, ai soggetti inseriti nell’elenco, un credito pari al valore nominale del buono, registrato nell’apposita area disponibile sull’applicazione web dedicata.
A seguito di emissione di fattura elettronica è disposto l’accredito di un importo pari a quello del credito maturato. A tal fine mediante acquisizione dei dati dall’apposita area disponibile sulla piattaforma informatica dedicata, nonché dalla piattaforma di fatturazione elettronica della pubblica amministrazione, si provvede al riscontro delle fatture e alla liquidazione delle stesse.
Per gli acquisti dei dispositivi antiabbandono effettuati in data antecedente al 20 febbraio 2020 è previsto il rimborso presentando istanza entro sessanta giorni dall’operatività della piattaforma dedicata allegando ad essa copia dei giustificativi di spesa, scontrino fiscale o fattura, attestante l’acquisto del dispositivo antiabbandono.
Qualora il giustificativo di spesa non riporti la specifica di acquisto «dispositivo antiabbandono» va allegata una dichiarazione del richiedente secondo il modello disponibile sulla piattaforma, da cui risultano i dati identificativi del minore (nome, cognome e codice fiscale) e che il giustificativo di spesa è relativo all’acquisto di un dispositivo antiabbandono.
Per ciascun dispositivo acquistato si provvede al rimborso mediante accredito della somma di euro trenta sul conto corrente intestato al richiedente le cui coordinate (IBAN) sono fornite al momento della presentazione dell’istanza di rimborso.

Campione d’Italia: riduzione forfetaria redditi in franchi svizzeri

Per la conversione in euro dei redditi percepiti in franchi svizzeri dai contribuenti residenti o operanti nel comune di Campione d’Italia è riconosciuta una riduzione forfetaria del tasso di cambio. Per il 2019, l’Agenzia delle Entrate ha fissato la riduzione applicabile ai redditi diversi da quelli di impresa al 33,69 per cento (Provvedimento n. 72447 del 2020)

Ai fini delle imposte sui redditi, i proventi in valuta estera sono valutati secondo il cambio del giorno in cui sono stati percepiti o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza, secondo il cambio del mese in cui sono stati percepiti.
Per i redditi prodotti in franchi svizzeri nel territorio del comune di Campione d’Italia è riconosciuta una specifica riduzione forfetaria del tasso di cambio franco svizzero / euro.

RIDUZIONE FORFETARIA REDDITI D’IMPRESA
Tale riduzione è fissata nella misura del 30 per cento per i redditi d’impresa realizzati dalle imprese individuali, dalle società di persone e dalle società di capitali ed enti equiparati, iscritti alla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Como e aventi la sede sociale operativa, o un’unità locale, nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel Comune di Campione d’Italia.

RIDUZIONE FORFETARIA REDDITI DIVERSI DA QUELLI D’IMPRESA
Per i redditi, diversi da quelli d’impresa, realizzati da persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del Comune di Campione d’Italia, nonché per i redditi di lavoro autonomo di professionisti e con studi nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune, e/o in Svizzera, invece, la medesima riduzione forfetaria è soggetta ad un aggiustamento.
In particolare, la percentuale minima della riduzione forfetaria nella misura del 30 per cento, è maggiorata o ridotta in misura pari allo scostamento percentuale medio annuale registrato tra le due valute, franco svizzero ed euro.
Sulla base dei dati forniti dalla Banca d’Italia, la media annuale del cambio del franco svizzero in euro per il 2019 ha registrato una riduzione rispetto alla media annuale del 2018, che corrisponde a uno scostamento percentuale medio annuale registrato tra le valute pari a -3,69 per cento.
Ciò significa una riduzione del numero medio annuale di franchi svizzeri necessari per acquistare un euro, che di fatto realizza un aumento del reddito in euro derivante dalla rivalutazione del franco svizzero. Al fine di compensare gli effetti della rivalutazione del franco svizzero sull’euro, perciò, la percentuale della riduzione forfetaria è maggiorata in misura pari al predetto scostamento.
Il tasso di cambio franco svizzero / euro applicabile per determinare i redditi diversi da quelli di impresa, per l’anno 2019, dunque, deve essere ridotto in misura percentuale del 33,69 per cento.