Collocamento obbligatorio: esclusione dalla base di computo dei lavoratori in smart working

I lavoratori agili non possano essere esclusi dal computo per la determinazione della quota di riserva. I casi di esclusione contemplati dall’articolo 4, co. 1, L. n. 68/1999, avendo carattere tassativo, non sono suscettibili di interpretazione analogica o estensiva. Pertanto, laddove fosse ritenuta possibile l’esclusione dal computo dell’organico aziendale dei lavoratori in smart working, in assenza di un’espressa previsione in tal senso, risulterebbe di fatto pregiudicata la logica inclusiva della normativa speciale sulle assunzioni obbligatorie. Infine, l’inserimento a pieno titolo dei lavoratori agili nell’organico aziendale risulta suffragato anche da una ricostruzione sistematica della normativa vigente sui criteri di computo dell’organico aziendale in ambiti applicativi diversi da quello delle assunzioni obbligatorie, che non escludono espressamente tale categoria di lavoratori ai fini della determinazione dei limiti numerici (Interpello Ministero lavoro n. 3/2021).


 


L’obbligo di assunzione delle persone disabili per i datori di lavoro pubblici e privati, come noto, è sancito dalla legge n. 68 del 1999, la quale all’articolo 4, co. 1, come modificato dalla legge n. 92/2012 stabilisce che “[…] agli effetti della determinazione del numero di soggetti disabili da assumere, sono computati di norma tra i dipendenti tutti i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato”. La stessa disposizione individua altresì le categorie di lavoratori non computabili ai fini del calcolo della quota di riserva, facendo salve le ulteriori esclusioni previste dalle discipline di settore.
Il dubbio sollevato, nasce dalla previsione contenuta nell’articolo 23 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 80, che sancisce l’esclusione dei “lavoratori ammessi al telelavoro dal computo dei limiti numerici previsti da leggi e contratti collettivi per l’applicazione di particolari normative ed istituti”. Trattasi, di una previsione di carattere generale dalla quale deriva per le assunzioni obbligatorie, l’esclusione dalla base di computo dei lavoratori ammessi al telelavoro per l’intero orario di lavoro ovvero un’esclusione proporzionale all’orario svolto in telelavoro rapportato al tempo pieno, nell’ipotesi in cui essi siano ammessi al telelavoro solo parzialmente (cfr. nota Ministero lavoro n. 970/2016).


Ciò premesso, secondo l’interpellante, ai fini dell’applicazione dei criteri di computo dell’organico aziendale, è possibile un’assimilazione dei lavoratori ammessi al telelavoro a quelli in smart working con la conseguente esclusione anche di questi ultimi per la determinazione della quota di riserva, considerate le analogie tra tali istituti, entrambi caratterizzati infatti da una comune finalità di conciliazione tra vita privata e lavorativa, nonché da similari modalità organizzative flessibili che consentono lo svolgimento dell’attività lavorativa da remoto.
Nel dettaglio, ai sensi dell’articolo 23 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 80, i datori di lavoro privati che si avvalgono del telelavoro per esigenze di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, in forza di accordi collettivi stipulati da associazioni sindacali, non computano i lavoratori ammessi a tale istituto agli effetti della determinazione della quota di riserva. L’esclusione dal computo dei limiti numerici è, pertanto, vincolata alla sussistenza di specifiche condizioni di legge.
La ratio della disposizione si rinviene nell’intento del Legislatore di incentivare quanto più possibile il ricorso ad un importante strumento di conciliazione tra vita privata e vita lavorativa che, a dispetto delle sue potenzialità, nella realtà fattuale si è rivelato una modalità di lavoro residuale.
Diversamente lo smart working è nato in un contesto più recettivo all’uso degli strumenti tecnologici da remoto ed ha una sua regolamentazione specifica (articoli 18-23 della legge n. 81/2017), che pur avendo caratteristiche comuni con il telelavoro, si spinge verso una maggiore flessibilità, dovuta in particolare ad un’organizzazione dell’attività per fasi, cicli e obiettivi e all’assenza di precisi vincoli di orario e di luogo di lavoro, fatti salvi i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.
Inoltre, il ricorso a tale modalità lavorativa ha registrato un incremento esponenziale con il verificarsi della situazione emergenziale determinata dalla pandemia da Covid-19, con l’obiettivo di tutelare la salute pubblica ed il mantenimento della capacità produttiva delle aziende.
Con specifico riferimento al quesito posto, secondo il Ministero del lavoro è significativo il fatto che, al di là delle possibili analogie e differenze tra i due istituti, non si rinviene nella legge n. 81/2017 una disposizione analoga a quella contenuta nell’articolo 23 sopra citato, che escluda espressamente i lavoratori agili dall’organico aziendale, per qualsivoglia finalità.
Peraltro, i casi di esclusione contemplati dall’articolo 4, co. 1, della legge n. 68/1999, avendo carattere tassativo, non sono suscettibili di interpretazione analogica o estensiva. In materia di determinazione della quota di riserva ai fini delle assunzioni obbligatorie, infatti, le disposizioni della legge n. 68/1999, in quanto lex specialis avente ad oggetto la protezione dell’inserimento e dell’integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro, prevalgono su quelle di carattere generale (Cassazione, sentenza del 4 febbraio 2016 n. 2210).
Pertanto, laddove fosse ritenuta possibile l’esclusione dal computo dell’organico aziendale dei lavoratori in smart working, in assenza di un’espressa previsione in tal senso all’interno dell’ordinamento, risulterebbe di fatto pregiudicata in modo significativo la logica inclusiva della normativa speciale sulle assunzioni obbligatorie.
Infine, l’inserimento “a pieno titolo” dei lavoratori agili nell’organico aziendale appare suffragato da una ricostruzione sistematica della normativa vigente sui criteri di computo dell’organico aziendale in ambiti applicativi diversi da quello delle assunzioni obbligatorie, come ad esempio in materia di integrazione salariale (si veda, ad esempio, l’articolo 20 del d.lgs. n. 148/2015 per l’erogazione del trattamento CIGS), che non escludono espressamente tale categoria di lavoratori ai fini della determinazione dei limiti numerici.
Sulla base delle argomentazioni sopra esposte, si ritiene pertanto che i lavoratori agili non possano essere esclusi dal computo per la determinazione della quota di riserva.

IVA al 10% per le prestazioni di bonifica e messa in sicurezza


Le prestazioni finalizzate al risanamento ambientale sanitario di determinati siti del territorio regionale interessati da fenomeni di diffusione di inquinamento, inserite all’interno di un piano regolarmente autorizzato, scontano l’Iva al 10% (Agenzia Entrate – risposta 10 giugno 2021, n. 399).

Riguardo agli interventi finalizzati al risanamento e alla bonifica di aree di particolare natura e complessità, le stesse attività di bonifica possono considerarsi opere, costruzioni e impianti destinati alla bonifica di determinate aree sempre che le stesse risultino essere inserite all’interno di un progetto di bonifica regolarmente approvato dalla competente autorità.


Nel caso di specie, trova applicazione l’aliquota IVA del 10% sia agli interventi di bonifica/messa in sicurezza dei siti individuati, sia agli interventi di caratterizzazione e alle attività in ogni caso prodromiche, se ricompresi in un progetto di bonifica regolarmente approvato dalla Regione.


IVA al 5% per i servizi resi da una cooperativa in una RSA


AI fini IVA, forniti chiarimenti sul trattamento applicabile alle prestazioni (global service) rese da una cooperativa sociale nell’ambito di una struttura RSA, struttura di proprietà di un Comune (Agenzia delle Entrate – Risposta 10 giugno 2021, n. 400).

Nella fattispecie in esame, la Cooperativa Sociale fornisce una prestazione di servizi aventi per oggetto la gestione globale della struttura RSA in cui vengono ospitati soggetti anziani (non autosufficienti in gran parte e autosufficienti) degni di protezione, assistenza e cura, che si ritiene possa essere ricompresa tra le prestazioni proprie di una casa di riposo; ossia la RSA rappresenta a tutti gli effetti una struttura ” simile” a una casa di riposo in cui vengono rese delle prestazioni del tutto analoghe a quelle effettuate in una casa di riposo.
Al riguardo, con riferimento alle prestazioni proprie di una casa di riposo di cui al richiamato articolo 10, numero 21), del d.P.R. n. 633 del 1972, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11353 del 3 settembre 2001, ha statuito, tra l’altro, che “ciò che deve qualificare la prestazione propria di una casa di riposo è l’alloggio fornito a persone anziane. La somministrazione di indumenti, medicinali e dello stesso vitto, nonché le prestazioni curative e le altre prestazioni agli ospiti della casa, vengono definite prestazioni meramente “accessorie” rispetto a quella, evidentemente ritenuta essenziale, dell’alloggio. Ai fini dell’esenzione I.V.A., per quanto concerne in particolare le case di riposo, occorre quindi far riferimento da un lato al contenuto della prestazione, che va ricercato nell’alloggio e solo eventualmente in altre attività di assistenza, e dall’altro, nei destinatari delle prestazioni medesime che devono essere solo persone meritevoli di particolare protezione e tutela quali sono gli anziani. “
La medesima disposizione contenuta nel suddetto numero 21) dell’articolo 10, ha natura oggettiva nel senso che l’esenzione dall’IVA si applica a prescindere dal soggetto che effettua la prestazione e, inoltre, l’oggettività andrebbe verificata anche in relazione ai soggetti che risultano beneficiari della prestazione, i quali devono rientrare nella tipologia di disagiati e degni di protezione sociale.
Il trattamento di esenzione si applica indipendentemente dalle modalità di effettuazione delle predette prestazioni, ovvero sia allorquando le stesse siano rese direttamente al beneficiario del servizio sia se rese nell’ambito di un contratto con un committente terzo, conservando o meno quest’ultimo la titolarità del servizio.
Tuttavia, a decorrere dal 1 gennaio 2016 e, quindi, per i contratti stipulati dalla medesima data, nell’eventualità in cui il servizio di gestione venga effettuato da una cooperativa sociale e/o a un loro consorzio, in virtù di quanto disposto dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, si rende applicabile l’IVA nella misura ridotta del 5 per cento.
Affinché possa trovare applicazione la suddetta aliquota del 5 per cento è necessario che le cooperative sociali e/o loro consorzi effettuino, sia direttamente sia indirettamente tramite convenzioni e/o contratti in genere, le predette prestazioni nei confronti dei soggetti espressamente elencati nel numero 27-ter) dello stesso articolo 10 del d.P.R. n. 633, tra cui sono riconducibili anche «gli anziani ed inabili adulti».
Tale circostanza risulta soddisfatta nella fattispecie prospettata nel caso in esame.
Pertanto, conformemente a quanto sostenuto dal Comune istante, l’Agenzia ritiene che al corrispettivo versato alla Cooperativa Sociale debba applicarsi l’IVA nella misura del 5 per cento, dal momento che nel caso di specie sussistono i presupposti richiamati dalla citata parte II-bis) della Tabella A allegata al d.P.R. n. 633 del 1972, ossia lo svolgimento di prestazioni proprie di una casa di riposo.
In effetti, le prestazioni effettuate in una struttura RSA sono assimilabili a quelle rese in una casa di riposo.


Via libera del Garante per le certificazioni verdi


Il Garante per la protezione dei dati personali ha dato parere favorevole sullo schema di decreto attuativo, che attiva la Piattaforma nazionale-DGC per il rilascio del green pass, prevedendo adeguate garanzie per l’utilizzo delle certificazioni verdi. (GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI – Comunicato 10 giugno 2021)


 


Il green pass, introdotto dal decreto “Riaperture” per consentire gli spostamenti tra Regioni e l’accesso a eventi pubblici e sportivi, è ora previsto, nelle zone gialle, anche per partecipare alle feste in occasione di cerimonie civili e religiose.
L’Autorità, che ha già avvertito il Governo sulle criticità dell’attuale versione del decreto “Riaperture”, ricorda la necessità di individuare con chiarezza, in sede di conversione in legge del decreto, i casi in cui può essere chiesto all’interessato di esibire la certificazione verde per accedere a luoghi o locali.
Proprio l’attuale indeterminatezza delle circostanze in cui è richiesta l’esibizione del green pass ha favorito l’adozione, da parte di alcune Regioni e Province autonome, di ordinanze che ne hanno imposto l’uso anche per scopi ulteriori rispetto a quelli previsti nel decreto riaperture e nei confronti delle quali il Garante è già intervenuto.
L’Autorità sottolinea, inoltre, che anche il Regolamento europeo sul green pass, attualmente in fase di adozione, prevede che lo stesso possa essere utilizzato dagli Stati membri per finalità ulteriori, rispetto agli spostamenti all’interno dell’Ue, ma solo se ciò è espressamente previsto e regolato da una norma nazionale.
L’Autorità – pur valutando positivamente, nel complesso, lo schema di Dpcm, che recepisce gran parte delle indicazioni fornite del Garante nel corso delle interlocuzioni con il Ministero della Salute – rileva alcuni profili sui quali ritiene necessario un intervento di modifica.
In particolare, il Garante chiede chiarezza sulle finalità per le quali potrà essere richiesto il green pass che dovranno essere stabilite con una norma di rango primario. Inoltre, la norma dovrà prevedere che le certificazioni possano essere emesse e rilasciate solo attraverso la Piattaforma nazionale-DGC e verificate esclusivamente attraverso l’App VerificaC19. Tale app infatti è l’unico strumento in grado di garantire l’attualità della validità della certificazione verde, in conformità ai principi protezione dei dati personali, garantendo inoltre che i verificatori possano conoscere solo le generalità dell’interessato, senza visualizzare le altre informazioni presenti nella certificazione (guarigione, vaccinazione, esito negativo del tampone).
Altra misura, chiesta e ottenuta dal Garante nel corso delle interlocuzioni con il Ministero della salute, è che i soggetti deputati ai controlli delle certificazioni verdi siano chiaramente individuati e istruiti.
Quanto alle modalità con le quali ottenere il green pass, lo schema di decreto prevede che venga messo a disposizione attraverso diversi strumenti digitali (sito web della Piattaforma nazionale-DGC; Fascicolo sanitario elettronico; App Immuni; App IO) che permetteranno agli interessati di consultare, visualizzare e scaricare le certificazioni. Inoltre gli interessati potranno rivolgersi anche al medico di famiglia e al farmacista per scaricare la certificazione verde.
In merito alle app per recuperare il green pass, il Garante ha autorizzato l’uso dell’App Immuni, ma ha rinviato l’impiego dell’App IO a causa delle criticità riscontrate in merito alla stessa.
Nella stessa riunione del Collegio, con distinto provvedimento, l’Autorità, in relazione a criticità di ordine generale sul funzionamento dell’App IO, ha ordinato in via d’urgenza alla società PagoPA di bloccare provvisoriamente alcuni trattamenti di dati effettuati mediante la predetta app che prevedono l’interazione con i servizi di Google e Mixpanel, e che comportano quindi un trasferimento verso Paesi terzi (es. Usa, India, Australia) di dati particolarmente delicati (es. transazioni cashback, strumenti di pagamento, bonus vacanze), effettuato senza che gli utenti ne siano stati adeguatamente informati e abbiano espresso il loro consenso.

Cemento Industria: in pagamento l’elemento di garanzia retributiva

Ai lavoratori dipendenti dalle aziende esercenti la lavorazione del cemento, della calce e del gesso, a giugno verrà corrisposto l’EGR nel mese di giugno

Ai dipendenti a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio di ogni anno nelle aziende prive di riconoscimenti economici derivanti da contrattazione di secondo livello, a livello di Gruppo aziendale o di unità produttiva  e che nel corso dell’anno precedente (1° gennaio – 31 dicembre) non abbiano percepito altri trattamenti economici collettivi comunque soggetti a contribuzione oltre a quanto spettante dal presente CCNL, sarà riconosciuto un importo annuo pari a 170,00 euro lordi dall’1/1/2021, ovvero una cifra inferiore fino a concorrenza in caso di presenza di un trattamento economico aggiuntivo a quello fissato dal CCNL.
A livello aziendale potranno essere valutate le modalità per riconoscere l’elemento di garanzia retributiva ai lavoratori dipendenti a tempo determinato di durata superiore a 6 mesi e alle altre tipologie di lavoro subordinato.
Il trattamento viene erogato in unica soluzione con le competenze del mese di giugno ed è corrisposto pro-quota con riferimento a tanti dodicesimi quanti sono stati i mesi di servizio prestati dal lavoratore, anche in modo non consecutivo, nell’anno precedente. La prestazione di lavoro superiore a 15 giorni sarà considerata, a questi effetti, come mese intero.
Detto importo sarà riproporzionato per i lavoratori a tempo parziale in funzione del normale orario di lavoro.
Tale importo è escluso dalla base di calcolo del trattamento di fine rapporto ed è stato quantificato considerando in esso anche i riflessi sugli istituti di retribuzione diretta e indiretta, di origine legale o contrattuale, ed è quindi comprensivo degli stessi.

CCNL Oreficeria Industria: Adeguamento Economico 7/6/2021


 



Firmato il 7/6/2021 tra FEDERORAFI e FIM-CISL, FIOM-CGIL e UILM l’adeguamento economico con i nuovi importi tabellari a valere dall’1/6/2021 per i lavoratori dell’Industria Orafo-Argentiera


 


Le Parti firmatarie del settore dell’Oreficeria Industria si sono incontrate in adempimento del CCNL 17/5/2017 che ha previsto l’incremento annuale dei minimi contrattuali in base alla dinamica dell’inflazione.
Pertanto, in adeguamento all’incremento dell’indice IPCA relativo all’anno 2020 risultato pari allo 0,5%, i nuovi minimi retributivi in vigore dal 1° giugno 2021, sono i seguenti:



































Categorie

Incrementi mensili dall’1/6/2021

Minimi retributivi mensili dall’1/6/2021

1.a 6,09 1.223,22
2.a 6,68 1.343,45
3.a 7,36 1.480,15
4.a 7,66 1.540,12
5.a 8,19 1.645,37
5.a Super 8,74 1.756,17
6.a 9,39 1.887,87
7.a 10,21 2.052,70

Soggetto a IVA l’indennizzo transattivo sull’esecuzione di un appalto


L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che le prestazioni obbligatorie assunte dalle parti nell’accordo transattivo di composizione bonaria della controversia riguardante l’esecuzione del contratto di appalto integrano il presupposto di applicazione dell’IVA sulla somma corrisposta da una parte a fronte della rinuncia alla lite dell’altra parte. Sulla somma si applica l’aliquota del 10 per cento, se il contratto di appalto riguarda la costruzione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria (Risposta 10 giugno 2021, n. 401).

Il Caso

Nell’ambito di una controversia riguardante l’esecuzione di un contratto di appalto per la realizzazione di lavori relativi alla viabilità locale, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per la composizione bonaria della lite.
L’accordo prevede il pagamento di una somma da parte della ditta esecutrice (a saldo, stralcio e tacitazione di qualsiasi pretesa sorta in dipendenza del contratto di appalto), a fronte della rinuncia alla lite da parte dell’appaltatore.
In particolare, il riconoscimento della somma riguarda riserve di natura risarcitoria e contabile, per:
1) maggiori oneri di progettazione;
2) illegittimo fermo lavori (ridotta produttività);
3) adeguamento dei prezzi di contratto;
4) rimborso spese per analisi terre e rocce da scavo.


Si chiede se detta somma sia soggetta ad IVA e, nel caso, se sia applicabile l’aliquota agevolata del 10 per cento.

Disciplina di riferimento

La transazione è il contratto col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine a una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere tra loro. Con le reciproche concessioni, si possono creare, modificare o estinguere anche rapporti diversi da quello che ha formato oggetto della pretesa e della contestazione delle parti.
Riguardo al trattamento IVA delle somme erogate in attuazione di un accordo transattivo, occorre verificare se ricorrono i presupposti, e in particolare il requisito del sinallagma.
Secondo la disciplina IVA, costituiscono prestazioni di servizi le prestazioni verso corrispettivo dipendenti da contratti d’opera, appalto, trasporto, mandato, spedizione, agenzia, mediazione, deposito e in genere da obbligazioni di fare, di non fare e di permettere quale ne sia la fonte.
Nel caso di una transazione assume rilevanza il disposto della norma riguardante le obbligazioni di fare, di non fare e di permettere.
In tema di imponibilità ai fini IVA delle obbligazioni di non fare, la giurisprudenza ha affermato la prestazione di servizi è un’operazione soggetta a IVA anche quando la stessa si risolve in un semplice non fare o in un permettere e purché si collochi all’interno di un rapporto sinallagmatico. Un’operazione di permettere, collegata al corrispettivo, per essere assoggettata all’imposta non comporta necessariamente un consumo. Invero la prestazione di servizi viene connotata come alternativa a quella sulla cessione di beni gravante sul consumo e – quindi – prescinde da quest’ultimo.
Pertanto, sussiste il rapporto sinallagmatico tra l’assunzione di un obbligo di non fare e l’erogazione di un corrispettivo a fronte dell’assunzione di un tale obbligo.


Con riferimento all’aliquota IVA applicabile, la disciplina prevede l’applicazione dell’aliquota IVA del 10 per cento, fra l’altro, per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, e per le prestazioni di servizi dipendenti da contratti di appalto relativi alla costruzione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.
Per fruire dell’aliquota agevolata è necessario, quindi, che le prestazioni, rese nel quadro di un contratto di appalto, riguardino la costruzione di un’opera rientrante fra quelle di urbanizzazione primaria o secondaria.

Soluzione

Nel caso di specie, sussiste il sinallagma tra la assunzione di un obbligo di non fare (che si sostanzia nella rinuncia alle liti) da parte del soggetto beneficiario della somma (appaltatore) e l’erogazione di una somma di denaro da parte della ditta esecutrice prevista a fronte della assunzione di tale obbligo, pertanto deve ritenersi integrato il requisito oggettivo per l’applicazione dell’IVA.
L’Agenzia delle Entrate osserva, inoltre, che nella fattispecie l’accordo transattivo contiene una clausola risolutiva espressa a mente della quale: “Le parti espressamente convengono che i termini di pagamento (…) sono da ritenersi essenziali e che tutte le rinunce di cui al presente atto sono subordinate all’effettivo incasso delle somme entro e non oltre i termini indicati (…). Pertanto, in caso di inosservanza dei suddetti termini, il presente accordo dovrà intendersi risolto con pieno diritto dell’appaltatore di esigere le somme oggetto del decreto ingiuntivo opposto, e pertanto, della somma di euro ….a tacitazione di tutte le pretese economiche azionate per le riserve iscritte fino al SAL n….”.
Detta clausola conferma la sussistenza del sinallagma, laddove subordina l’efficacia delle rinunce previste dall’accordo all’effettivo incasso delle somme pattuite.
In conclusione, la somma dovuta sulla base della transazione deve ritenersi soggetta ad IVA.


Con riferimento all’aliquota IVA applicabile alla predetta somma, occorre tener presente che la transazione in esame dispone in relazione alla composizione di una controversia insorta in seguito all’esecuzione di un appalto avente ad oggetto la realizzazione dei lavori relativi alla viabilità locale.
Per fruire dell’aliquota agevolata è necessario che le prestazioni, rese nel quadro di un contratto di appalto, riguardino la costruzione di un’opera rientrante fra quelle di urbanizzazione primaria o secondaria.
Pertanto, laddove il contratto di appalto (circostanza da appurare eventualmente in fase di accertamento) abbia ad oggetto la costruzione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria, in relazione alla somma erogata in attuazione dell’accordo transattivo deve ritenersi applicabile l’aliquota IVA del 10 per cento.

Soci artigiani e commercianti: l’esclusione dei redditi di capitale dalla base imponibile vale dal 2020


Per i soci di società commerciali, la sola percezione di utili derivanti da una mera partecipazione (senza lavoro) in società di capitali non può far scattare il rapporto giuridico previdenziale presso le Gestioni degli artigiani e dei commercianti. Conseguentemente, vanno esclusi dalla base imponibile contributiva i redditi di capitale attribuiti agli iscritti, derivanti dalla partecipazione a società di capitali nella quale i lavoratori autonomi non svolgono attività lavorativa. Le nuove indicazioni hanno effetto con decorrenza a partire dall’anno di imposta 2020 (Inps, circolare 10 giugno 2021, n. 84).


Come noto, l’ammontare del contributo annuo dovuto dagli iscritti alle Gestioni speciali degli artigiani e dei commercianti, è rapportato alla totalità dei redditi d’impresa denunciati ai fini Irpef per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono (art. 1, L. 2 agosto 1990, n. 233).
In merito poi alla base imponibile per i soci lavoratori di società a responsabilità limitata (Srl), iscritti in quanto tali alle predette Gestioni, la base imponibile, fermo restando il minimale contributivo, è costituita dalla parte del reddito d’impresa dichiarato dalla Srl ai fini fiscali e attribuita al socio in ragione della quota di partecipazione agli utili, prescindendo dalla destinazione che l’assemblea ha riservato a detti utili e, quindi, ancorché non distribuiti ai soci (Inps, circolare n. 102/2003). Detta base imponibile rileva non oltre il limite del massimale contributivo.
Tanto premesso, in passato, in presenza della predetta quota del reddito d’impresa della Srl, la stessa costituiva la base imponibile anche nei casi in cui il titolo all’iscrizione alle Gestioni derivasse dall’attività esercitata in qualità di imprenditore individuale o di socio di una società di persone.
Allo stato attuale, invece, recependo le indicazioni fornite dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che ha condiviso l’orientamento recente della Corte di Cassazione (da ultimo, sentenza n. 24097/2019), devono essere esclusi dalla base imponibile contributiva i redditi di capitale attribuiti agli iscritti alle Gestioni speciali degli artigiani e degli esercenti attività commerciali derivanti dalla partecipazione a società di capitali nella quale i lavoratori autonomi non svolgono attività lavorativa.
In particolare, la citata giurisprudenza ha evidenziato la differenziazione tra redditi di impresa (art. 55, D.P.R. n. 917/1986) e redditi di capitale (art. 44, D.P.R. n. 917/1986), i quali non possono essere ricompresi nella base imponibile dell’obbligazione contributiva, che si riferisce specificamente ai redditi di impresa denunciati ai fini Irpef.
In sostanza, per i soci di società commerciali, la condizione essenziale perché sorga l’obbligo contributivo nella Gestione degli artigiani e dei commercianti è quella della “partecipazione personale al lavoro aziendale”, mentre “la sola percezione di utili derivanti da una mera partecipazione (senza lavoro) in società di capitali non può far scattare il rapporto giuridico previdenziale, atteso che il reddito di capitale non rientra tra quelli costituzionalmente protetti, per il quale la collettività deve farsi carico della libertà dai bisogni (tra i quali rientra il diritto alla pensione al termine dell’attività lavorativa)” (Corte di Cassazione, sentenza n. 23790/2019).
Al contrario, restano ferme le regole ordinarie di obbligo contributivo in caso di svolgimento dell’attività lavorativa all’interno di società di capitali da parte dei soggetti che hanno quote di partecipazione nelle stesse società.
Infine, in ragione dell’esigenza di tutelare il legittimo affidamento e preservare l’integrità delle posizioni previdenziali dei lavoratori del settore, le nuove indicazioni in merito alla determinazione della base imponibile hanno effetto con decorrenza a partire dall’anno di imposta 2020.


Estensione prestazioni ai familiari per le imprese edili

Il Fondo di Assistenza Sanitaria Integrativa dedicato ai lavoratori delle imprese edili e affini (Sanedil), dal 1° giugno 2021 ha esteso le prestazioni ai familiari a carico e ha previsto l’ampliamento delle coperture.

Con lettera del 21/5/2021 il Fondo Sanedil, per tramite della CNCE, ha diramato a tutte le Casse Edili un’importante novità nazionale con decorrenza 1° giugno 2021 in merito ai piani sanitari offerti dal fondo, con estensione di alcune garanzie ai familiari a carico ed ampliamento di alcune coperture assicurative.


La Campagna straordinaria emergenza Covid-19 promossa dal Fondo Sanedil sarà attiva sino a tutto il 30/6/2021.
Per familiari a carico si intendono il coniuge fiscalmente a carico presente nello stato di famiglia dell’iscritto e i figli fiscalmente a carico dell’iscritto anche se non presenti nello stato di famiglia.
Le prestazioni estese anche ai familiari, sono le seguenti:
– Lenti: l’estensione della garanzia al nucleo familiare comporterà per il Piano Base un incremento del massimale da 30,00 euro a 50,00 euro e da 90,00 euro a 110,00 euro per il Piano Plus. Per ottenere il rimborso sarà ammessa la modifica del visus certificata dall’optometrista, in alternativa all’oculista.
– Prevenzione odontoiatrica: in questo caso la novità riguarderà solo l’estensione della garanzia al nucleo familiare, senza l’incremento del massimale. La garanzia (ablazione del tartaro), pertanto, potrà essere utilizzata annualmente da un solo componente del nucleo familiare.
– Implantologia: la garanzia sarà estesa esclusivamente al coniuge fiscalmente a carico, con un incremento dei massimali condivisi con l’iscritto:

Piano Base:
– da 1.200 € x 3 impianti a 1.680 €
– da 750 € x 2 impianti a 1.050 €
– da 375 € x 1 impianto a 525 €

Piano Plus:
– da 2.000 € x 3 impianti a 2.800 €
– da 1.250 € x 2 impianti a 1.750 €
– da 625 € x 1 impianto a 910 €



– Ortodonzia: si tratta di una nuova garanzia che verrà riconosciuta esclusivamente ai figli minorenni dell’iscritto, con un massimale per il Piano Base pari ad euro 1.200,00 ed uno scoperto del 40% e per il Piano Plus pari ad euro 2.000,00 ed uno scoperto del 25%.
– Avulsione fino a 4 denti: la garanzia verrà estesa al nucleo familiare e sarà riconosciuta indipendentemente dall’implantologia.
– Interventi chirurgici odontoiatrici extra ricovero: la garanzia sarà estesa al nucleo, con massimali:


Piano Base da 1.200 € a 2.000 €

Piano Plus da 2.000 € a 3.000 €

– Cure odontoiatriche conservative: la garanzia sarà estesa al nucleo familiare, con massimali incrementati:

Piano Base da 60 € a 120 €

Piano Plus da 100 € a 200 €



– Visite specialistiche: la garanzia sarà estesa al nucleo familiare con massimale incrementato:


Piano Base da 300 € a 450 €

Piano Plus da 500 € a 750 €



Vengono introdotte due nuove garanzie che saranno riconosciute in autogestione direttamente dal Fondo.
Le nuove prestazioni saranno riconosciute nella sola modalità rimborsuale, nei limiti del budget di 1.000.000,00€ (nazionale) per ciascuna garanzia, per il periodo 1° giugno – 30 settembre 2021.


Si tratta in particolare delle seguenti prestazioni, rivolte anche ai familiari fiscalmente a carico:
– Montature di occhiali: la garanzia sarà rivolta all’iscritto, al coniuge fiscalmente a carico, risultante dallo stato di famiglia e ai figli fiscalmente a carico, con massimale condiviso:

Piano Base 40 €

Piano Plus 80 €


– Ausili e presidi sanitari: la garanzia sarà rivolta all’iscritto, al coniuge fiscalmente a carico, risultante dallo stato di famiglia e ai figli minorenni dell’iscritto con massimali condivisi:

– Stampelle, bastoni, tripodi, quadripodi: P.BASE 20 € ogni 12 mesi – P.PLUS 30 € ogni 12 mesi
– Sedia a rotelle: P.BASE 80 € ogni 36 mesi – P.PLUS 120 € ogni 36 mesi
– Plantari ortopedici: P.BASE 80€ ogni 12 mesi – 120 € ogni 12 mesi.
L’estensione delle garanzie assicurative in favore del nucleo familiare, sia se riconducibili alla Compagnia Unisalute sia se autogestite dal Fondo, sarà subordinata alla presentazione da parte dell’iscritto lavoratore dipendente di un apposito modulo di autocertificazione in cui dovrà essere attestata la composizione del nucleo assicurabile.


Nuove precisazioni sul Superbonus


In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi antisismici realizzati su un edificio di un unico proprietario composto da unità abitative funzionalmente indipendenti e con accesso autonomo (Agenzia delle Entrate – Risposta 09 giugno 2021, n. 397).

Nel caso di specie, l’Istante dichiara di voler realizzare interventi di miglioramento sismico su sei unità immobiliari di sua proprietà (due unità abitative e relative pertinenze e due unità immobiliari ad uso deposito non costituenti pertinenze di unità abitative), facenti parte di un unico fabbricato, che dichiara essere ” funzionalmente indipendenti e con la disponibilità di “almeno un accesso autonomo” dall’esterno.
Trattandosi di un fabbricato, composto da 6 unità distintamente accatastate (di cui 2 pertinenziali ad una delle 2 abitazioni), di proprietà dell’Istante rileva quanto stabilito all’articolo 119, comma 9, lettera a) secondo cui sono ammessi al Superbonus anche gli edifici composti da due a quattro unità immobiliari distintamente accatastate, posseduti da un unico proprietario o in comproprietà da più persone fisiche. In tale ipotesi, i predetti soggetti possono beneficiare del Superbonus per gli interventi realizzati su un numero massimo di quattro unità immobiliari, fermo restando il riconoscimento delle detrazioni per gli interventi effettuati sulle parti comuni dell’edificio.
In assenza di specifiche indicazioni nella norma, ai fini del computo delle unità immobiliari, le pertinenze non devono essere considerate autonomamente, anche se distintamente accatastate.
Con riguardo, invece, alla determinazione dei limiti di spesa ammessi al Superbonus – al pari degli interventi effettuati sulle parti comuni di un edificio in condominio – occorre tener conto del numero delle unità immobiliari di cui l’edificio è composto, incluse le pertinenze.
Anche in relazione agli edifici posseduti da un unico proprietario, inoltre, va verificato che l’edificio oggetto degli interventi sia residenziale nella sua interezza. Pertanto, è possibile fruire del Superbonus, in presenza di ogni altro requisito, solo qualora la superficie complessiva delle unità immobiliari destinate a residenza ricomprese nell’edificio sia superiore al 50 per cento. Resta esclusa, la possibilità di beneficiare del Superbonus per le spese relative ad interventi “trainati” realizzati sulle singole unità non residenziali.
Pertanto, nel rispetto di ogni condizione richiesta dalla normativa nei termini sopra precisati, ferma restando l’effettuazione di ogni adempimento richiesto (aspetti non oggetto della presente istanza di interpello) e nel presupposto che le unità immobiliari su cui effettuare gli interventi siano parte del medesimo corpo di fabbrica, l’Agenzia ritiene che l’Istante unico proprietario dell’edificio possa accedere al Superbonus per le prospettate opere di intervento sismico, con limite massimo pari a 96.000,00 euro moltiplicato per le 6 unità immobiliari componenti il fabbricato oggetto del quesito.